Museo Archeologico Nazionale del Melfese MELFI


Melfi 1

Sarcofago



Il Museo è articolato su due piani delle restaurate sale del Castello. Qui i ricchissimi rinvenimenti tombali e i materiali di abitato sono esposti secondo un allestimento cronologico e territoriale con approfondimenti tematici che restituisce al visitatore un quadro completo della realtà antica.

Il Melfese

È stato nell’antichità luogo di incontro tra le popolazioni italiche dell’Appennino centro-meridionale e quelle della fascia pianeggiante adriatica proprio per la sua caratteristica di crocevia di importanti percorsi che risalivano le vallate fluviali. L’area melfese è caratterizzata dalla pianura alluvionale del fiume Ofanto e da un’ampia fascia collinare, tra il massiccio del Vulture, le Murge e l’Appennino lucano. Nell’antichità quest’area è importante per la sua posizione strategica: confluiscono qui i percorsi interni che, tramite l’asse Ofanto – Sele, collegano il melfese ad ovest con l’area campana e ad est con i territori della Daunia costiera, nell’attuale Puglia. Seguendo la valle del fiume Bradano è possibile raggiungere la costa ionica. La centralità del melfese nel sistema di comunicazioni tra i diversi versanti dell’Italia meridionale, unita alla fertilità dei terreni e alla disponibilità d’acqua, favorisce, fin dall’età protostorica, l’insediamento delle popolazioni italiche, stanziate prevalentemente sulle alture collinari. I ritrovamenti archeologici documentano la presenza di genti di cultura daunia nell’ampia fascia collinare lambita dal fiume Ofanto e di popolazioni nord- lucane nelle zone montuose dell’entroterra appenninico.

Organizzazione del territorio e popolamento

Dalla fine del VII sec. a.C. si assiste alla definizione degli abitati che si organizzano per nuclei sparsi di capanne alternate a spazi destinati alle attività agricole e all’allevamento del bestiame nonché a sepolture. Si aprono le vie di collegamento con il mondo etrusco-campano e greco-coloniale della costa ionica, con l’acquisizione di beni di prestigio. A partire dal tardo VI sec. a.C., emergono figure elitarie, i cui corredi presentano servizi che rimandano ad usi e costumi di matrice ellenica, come il banchetto con le carni arrostite e il simposio. Alla maniera dei Greci, i capi Dauni edificano abitazioni con fondamenta in muratura e tetto con tegole in terracotta che sostituiscono alle tradizionali capanne a partire dalla fine del VI sec. a.C. Grandi cambiamenti nel corso del IV sec. a.C.: nell’area più prossima al fiume Ofanto permangono genti di cultura daunia mentre il restante territorio della Basilicata viene occupato progressivamente dai lucani, popolazioni di stirpe osco-sannita che nel potentino si sostituiscono alle preesistenti genti di cultura nord-lucana e si contrappongono alle colonie greche insediate sulla fascia costiera ionica. È in questa situazione che si registra l’arrivo di capi mercenari sanniti, provenienti dall’area appenninica dell’Italia centrale. La permanenza dei Sanniti fino alla conquista romana è testimoniata dai materiali archeologici esposti nel Museo. Alla fine del IV sec. a.C. Roma si inserisce nello scacchiere politico dell’Italia meridionale ed estende il suo dominio a partire dalla fondazione delle colonie di Luceria (314 a.C.), di Venusia (291 a.C.) e di Paestum (273 a.C.).

Le tombe

Lo studio delle necropoli è importante per conoscere la cultura e l’organizzazione sociale dei centri indigeni del melfese (Ruvo del Monte, Melfi, Lavello, Banzi). La tipologia delle strutture tombali, strettamente collegate ai rituali funerari, è il primo indicatore del livello sociale dei defunti. Le tombe del melfese ospitano deposizioni singole e raramente coppie di defunti. Spesso sono utilizzate da più componenti dello stesso nucleo familiare. Le genti daunie e le popolazioni di cultura nord-lucana seppellivano i defunti in posizione rannicchiata, su un fianco, a richiamare la posizione del feto all’interno del grembo materno. Accanto al corpo dei defunti sono deposti vasi in terracotta, spesso figurati, e nelle sepolture più ricche anche in metallo, utilizzati per il banchetto funebre. Dalla fine del VII sec. a.C. tombe “principesche” racchiudono oggetti di pregio etruschi e greci (in primo luogo, vasi in bronzo). I corredi indicano come le aristocrazie locali si siano uniformate agli usi e ai riti dei nobili Greci, ma nelle tombe viene deposta anche una notevole quantità di ceramiche di produzione locale bicroma (rosso e nero) prodotta principalmente a Canosa. La documentazione archeologica proveniente dalle necropoli consente di definire la complessità delle cerimonie praticata dalle genti daunie e nord-lucane in onore dei defunti e ne identifica il rango sociale. Le sepolture di guerrieri sono contraddistinte da armi e armature; quelle femminili dagli ornamenti, gli stessi indossati in occasioni importanti, come il matrimonio.

Le ambre

Tra gli oggetti preziosi del Museo spiccano le ambre diffuse a partire dal VII sec. a.C. Gli esemplari più antichi sono rappresentati, in tombe femminili, da elementi di collane, da pendagli e da decorazioni di fibule, di orecchini e di vestiti rinvenuti a Lavello, Banzi e Melfi. Una serie di ambre figurate di altissimo livello è stata rinvenuta nelle tombe di Melfi – Pisciolo appartenenti ad una coppia aristocratica. La donna ed eccezionalmente anche l’uomo indossavano una sontuosa parure di ornamenti in oro, argento, avorio e ambra: teste femminili alate alludono a figure mitiche che popolano l’oltretomba, quali Arpie o Sirene; un guerriero alato nudo e armato di scudo e spada – la personificazione di Thanatos (Morte) o Hipnos (Sonno) – richiama ancora una volta figure dell’immaginario funerario capace di proteggere il defunto durante il viaggio ultraterreno.

Pitagorismo e speranze di salvezza

Tra le produzioni più particolari quelle di una “bottega” di ceramisti a Ripacandida, centro di cultura nord-lucana, con motivi figurati che riportano al pensiero di Pitagora. Su una brocchetta esemplare è la raffigurazione del viaggio celeste che conduce all’immortalità. Nel IV sec. a.C. presso le popolazioni italiche del melfese sono diffusi culti di origine greca, connessi soprattutto a Dioniso, che promettono il superamento della morte con la speranza di una vita ultraterrena. La deposizione di corone all’interno delle tombe sembra, infine, ricollegarsi al concetto di eroizzazione del defunto diffuso in ambito ellenistico.

Il Melfese e Canosa

A Forentum (Lavello) – il centro più conosciuto grazie agli scavi archeologici – sotto l’influsso di Canosa si realizzano grandi tombe a camera scavate nella roccia, in sostituzione delle tradizionali tombe a pozzo. Destinate ad accogliere l’intero gruppo familiare, le strutture monumentali hanno facciate che riecheggiano le architetture tombali presenti nei regni della Grecia settentrionale (Epiro, Macedonia). I corredi funerari sono costituiti da ceramiche realizzate a Canosa da botteghe di artigiani specializzati. Si tratta di vasi policromi con decorazione a tutto tondo applicata, dipinti a freddo con colori bianco, rosa, azzurro, nero e bruno. Le ceramiche “dorate” e scialbate imitano prototipi preziosi in oro e argento. Le officine di Canosa, attive nella seconda metà del IV sec. a.C., esportano anche ceramiche a figure rosse, eseguite sui modelli dei vasi greci da esperti e raffinati artisti.

scheda info Melfi